Ci sono professioni che si scelgono e altre che, in qualche modo, iniziano a far parte di noi molto prima ancora di avere la possibilità di comprenderle davvero.
Per Rossa Caputo il doppiaggio appartiene alla seconda categoria. Cresciuta in una famiglia profondamente legata al mondo del doppiaggio, dell’arte e dello spettacolo, ha conosciuto questo universo fin dall’infanzia, quando ancora non poteva sapere che sarebbe diventato il centro della sua vita professionale.
Dalle prime esperienze davanti alla macchina da presa alla sala di doppiaggio, dai ricordi legati alla famiglia alla vittoria del provino per Merida in Ribelle – The Brave, il percorso di Rossa è quello di un’artista che ha trasformato una realtà vissuta fin da bambina in una vera e propria forma di espressione.
La sua, però, non è la storia di qualcuno che ha semplicemente seguito una tradizione familiare. Nel corso degli anni Rossa ha trasformato quel mondo che conosceva fin da bambina in una scelta consapevole, arrivando a costruire un percorso professionale che l’ha portata a interpretare personaggi molto diversi tra loro, dal cinema all’animazione, dalle serie televisive ai videogiochi.
Nel corso degli anni ha dato voce a personaggi molto diversi tra loro, spaziando dall’animazione alle serie TV, dal cinema ai videogiochi. Tra questi ci sono Catra di She-Ra e le Principesse Guerriere, Charlie di Hazbin Hotel, Beau di The Mighty Nein, Lana di Bye, Sweet Carole, Villanelle di Killing Eve e Alice di Don’t Worry Darling.
Ma dietro le voci che il pubblico riconosce c’è soprattutto un modo molto particolare di intendere il mestiere: non semplicemente prestare la propria voce a un personaggio, ma diventare quel personaggio, lasciarsi guidare dal suo modo di esistere e vivere, anche solo per il tempo necessario a raccontarne la storia.
Abbiamo avuto il piacere di parlare con Rossa Caputo della sua infanzia, del rapporto con la sua famiglia, dei personaggi che più le sono rimasti nel cuore, del valore del doppiaggio e di ciò che significa, per lei, continuare a vivere attraverso ogni nuovo ruolo.
Nota: Ringraziamo Rossa Caputo per aver accettato di raccontarsi ai lettori di HeartVerse e per il tempo che ci ha dedicato. È stato un piacere poter parlare con lei del suo percorso, dei suoi personaggi e del suo rapporto con il mondo del doppiaggio.
Un’infanzia immersa nell’arte
Quando si cresce in una famiglia di artisti, il rapporto con l’arte può diventare qualcosa di talmente naturale da essere quasi impossibile da distinguere dalla vita quotidiana.
Per Rossa, il doppiaggio è stato presente fin dai primissimi anni, insieme a una serie di ricordi che ancora oggi conserva con grande chiarezza.
Sei cresciuta in una famiglia di doppiatori e artisti, quindi il mondo dello spettacolo e della voce ha fatto parte della tua vita praticamente da sempre. Quali sono i primi ricordi che conservi di quell’ambiente e che infanzia è stata, per te, crescere circondata da questo mondo?
Grazie alle mie radici ho sentito sempre tanta arte e tanta cultura in casa, tanti spiriti forti e passionali che mi hanno mostrato che si può vivere così, facendosi trascinare dall’arte piuttosto che rinchiusi in una routine dove bene o male i sentimenti dovresti “gestirli”, piuttosto che lasciare che fluiscano per trasformarli in qualcosa di nuovo.
In realtà le mie prime esperienze attoriali effettive sono state sul set di diversi film di presa diretta italiana, più che in sala di doppiaggio, visto che ho recitato nel mio primo film quando avevo due anni.
Ricordo però tutte le volte che mio nonno, anche quando ero piccolissima, mi insegnava la dizione corretta, o la primissima volta che ho pianto al leggio veramente e non per la scena, o la prima volta che ho perso un provino (per Lilo e Stitch, contro mia sorella minore per giunta), o ancora tutte le volte che sentivo la voce di un membro della mia famiglia in un film e rimanevo stupefatta che fossero loro.
Proprio perché sono cresciuta in questo ambiente, ne ho a miriade di ricordi del genere, perché il doppiaggio lo sento davvero parte integrante del mio svezzamento.
E tra i ricordi dell’infanzia c’è anche un piccolo episodio che mostra come, nonostante la familiarità con quel mondo, la strada non fosse affatto già scritta.
Il provino per Lilo e Stitch, perso addirittura contro la sorella minore, è uno di quegli aneddoti che raccontano bene come anche in una famiglia di professionisti ogni ruolo debba comunque essere conquistato.
Quando una tradizione familiare diventa una scelta
Crescere in una famiglia di doppiatori non significa necessariamente voler diventare doppiatori.
Per Rossa è stato necessario arrivare a un momento preciso della sua vita per comprendere che quella strada non era semplicemente il risultato dell’ambiente nel quale era cresciuta, ma qualcosa che desiderava davvero per sé.
Proprio perché il doppiaggio era già presente nella tua famiglia, ricordi il momento in cui hai capito che non sarebbe stato soltanto qualcosa di “familiare”, ma una strada che volevi percorrere anche tu?
Mi ricordo con grandissima chiarezza i tre “giri di boa” che mi hanno portato a questa nuova consapevolezza.
Primo: avevo diciannove anni, stavo facendo il secondo anno di università allo IED, e un giorno invece di andare a un esame sono andata a un turno di doppiaggio e ho capito che era quella la mia priorità, non perché fosse il “lavoro di famiglia”, ma perché era veramente quello che volevo fare a prescindere.
Secondo: in quello stesso periodo ho vinto il provino per il ruolo di Merida in Ribelle – The Brave, uno dei miei primi ruoli così importanti, e devo dire che da allora le occasioni sono state sempre di più.
Terzo: quando ho capito che il doppiaggio non era solo “recitare”, ma l’occasione di “giocare di ruolo” anche nel lavoro e, visto che è da sempre quella la mia più grande passione, non poteva che essere il motivo decisivo per capire che ero nata per fare questo.
La vittoria del provino per Merida rappresenta quindi uno dei momenti fondamentali del suo percorso.
Ma forse ancora più importante è la consapevolezza maturata in quegli anni: il doppiaggio non era semplicemente una professione che aveva imparato a conoscere, bensì un modo per coltivare quella che da sempre era una delle sue passioni più profonde.
I personaggi che rimangono nel cuore
Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro di un doppiatore è il rapporto che inevitabilmente si crea con i personaggi interpretati.
Alcuni rimangono con noi per pochi giorni, altri accompagnano l’interprete per anni. E quando chiediamo a Rossa quale personaggio le sia rimasto maggiormente nel cuore, la risposta arriva con una precisazione significativa: sono davvero tanti.
Nel corso della tua carriera hai dato voce a tantissimi personaggi. Ce n’è uno che ti è rimasto più nel cuore degli altri? Non necessariamente il più famoso, ma quello al quale senti di essere particolarmente legata, e perché?
Ce ne sono innumerevoli. Io mi lego tantissimo a tutti i personaggi che interpreto per abbastanza tempo. Ricordo però con particolare affetto molti ruoli animati, come Catra di She-Ra e le Principesse Guerriere, Charlie di Hazbin Hotel, Beau di The Mighty Nein, Lana del videogioco Bye, Sweet Carole. Poi ci sono i ruoli particolarmente “difficili”, come quello di Villanelle in Killing Eve, Alice in Don’t Worry Darling, troppe ce ne sono!
Una lista che rende immediatamente l’idea della varietà del suo percorso, ma tra tutti questi personaggi ce n’è uno con il quale il legame sembra essere andato ancora più in profondità.
Catra e il potere di riconoscersi in un personaggio
A volte interpretare un personaggio significa anche incontrare una parte di noi stessi.
È quello che è successo a Rossa con Catra, protagonista di She-Ra e le Principesse Guerriere. Un personaggio che non si è limitato a rappresentare una sfida professionale, ma che le ha lasciato qualcosa anche sul piano personale.
Ti è mai capitato di doppiare un personaggio nel quale hai riconosciuto qualcosa di te, nel carattere, nelle fragilità o nel modo di affrontare determinate situazioni?
Io mi sono rivista tantissimo in Catra di She-Ra e le Principesse Guerriere e probabilmente quello ha saputo insegnarmi, mi ha stampato a fuoco nel cuore questo personaggio.
Ho potuto seguire tutto il suo percorso e ricordo che quando ho finito la serie ho sentito di aver “risolto” delle cose presenti dentro di me.
Mi ha permesso di abbandonare delle zavorre che altrimenti mi avrebbero fatto molto soffrire in futuro.
Il rapporto con Catra dimostra come il doppiaggio possa diventare qualcosa di molto più profondo del semplice esercizio tecnico: interpretare un personaggio può significare comprenderlo, accompagnarlo nel suo percorso e, in qualche modo, scoprire qualcosa anche di noi stessi.
Istinto, improvvisazione e immedesimazione
Ma come nasce concretamente la voce di un personaggio?
Per Rossa la risposta non sembra essere racchiusa in un manuale o in una serie di passaggi prestabiliti. Il suo metodo è fortemente istintivo e viscerale.
Quando devi dare voce a un nuovo personaggio, qual è la prima cosa che cerchi di comprendere di lui? Quanto c’è di tecnica e quanto, invece, di istinto nel trovare la voce e l’interpretazione giuste?
Proprio perché la mia è stata una formazione meno “scolastica” (non ho fatto corsi di recitazione o di dizione, sono cresciuta sguazzando in mezzo a certe cose) il mio approccio è sempre più Istintivo che Tecnico. La tecnica, quando si arriva a certi livelli di esperienza, a mio avviso bisogna scordarla e lasciare che sia l’istinto a dire quando serve e quando no.
Io di base sono sempre molto viscerale nel mio modo di approcciare un personaggio: dimentico tutto di me, divento quella persona e non lascio che quello che definisce me in quanto individuo si metta in mezzo.
La “voce giusta” non devo cercarla, me la suggerisce il personaggio stesso: la sua caratterizzazione, il modo in cui magari è disegnato, il suo modo di esistere nella storia, il tono che usa a seconda della persona che ha davanti.
Devo dire che non esiste, almeno per me, una “lista di cose da fare per comprendere il personaggio” e spesso comunque non c’è il tempo di studiarlo nel dettaglio, quindi viva l’improvvisazione!
La sua è una risposta che restituisce bene la natura interpretativa del doppiaggio. Non si tratta soltanto di trovare una voce adatta, ma di lasciare che sia il personaggio stesso a suggerire all’interprete come parlare, reagire e muoversi all’interno della storia.
Una professione ancora troppo invisibile?
Il doppiaggio è una componente fondamentale dell’esperienza audiovisiva italiana, ma non sempre il pubblico conosce realmente il lavoro che si trova dietro una voce.
Spesso il risultato migliore è proprio quello che non si nota: quando il doppiaggio funziona, lo spettatore smette di pensare alla voce e si lascia trasportare dalla storia.
Ma proprio questa invisibilità può contribuire a rendere meno evidente il lavoro degli interpreti.
Molti personaggi di film, serie TV e anime sono diventati iconici per il pubblico italiano anche grazie alle voci che li hanno accompagnati. Eppure, molto spesso, il lavoro del doppiatore non viene valorizzato o riconosciuto quanto quello di altri professionisti dello spettacolo. Secondo te, cosa potrebbe aiutare a cambiare questa percezione e a dare maggiore riconoscimento al mondo del doppiaggio?
Di base, lo ammetto, non me ne frega niente dell’opinione che hanno le persone del mio lavoro. Ognuno è liberissimo di pensarla come vuole, di amare o disprezzare il doppiaggio e non mi riguarda: io faccio quello che amo, spero sempre di farlo al mio meglio e cerco, nel mio piccolo, di dare valore e qualità alla mia professione, perché amo gli aspetti più unici che rari che possiede.
Per cambiare questa percezione immagino che basterebbe parlarne un po’ di più pubblicamente, meno a denti stretti e meno facendo paragoni con presa diretta e simili, perché è indubbiamente una professione tutta a sé stante rispetto a qualsiasi altra professione di stampo attoriale.
Quando il lavoro migliore è quello che non si vede
C’è poi un paradosso particolarmente interessante nel doppiaggio: il pubblico tende a percepire maggiormente il lavoro proprio quando qualcosa non funziona.
Quando invece il risultato è naturale, lo spettatore semplicemente si lascia coinvolgere.
Il pubblico associa spesso una voce a un volto o a un personaggio preciso, mentre dietro ogni interpretazione c’è un lavoro molto più complesso. Qual è un aspetto del lavoro del doppiatore che, secondo te, chi guarda un film, una serie o un anime tende a non percepire?
Beh… tutto, immagino. Se il doppiaggio è fatto bene, allora il pubblico non percepisce la sua presenza, tendenzialmente (parlando soprattutto di opere con attori in carne e ossa e non opere animate).
Il pubblico non dovrebbe capire che è stata messa una voce diversa su un attore che l’italiano non lo parla e quindi è impossibile che stia recitando in italiano. Men che meno ci si può rendere conto, quindi, di tutto il lavoro preparativo prima di entrare in sala di doppiaggio e quello dopo il lavoro in sala per finalizzare il lavoro, di cui il pubblico tende a non tenere minimamente conto.
I personaggi che permettono di osare
Se c’è una costante nelle preferenze di Rossa, è il desiderio di interpretare personaggi capaci di portare l’interprete fuori dalla propria comfort zone.
Non sorprende quindi che tra i suoi ruoli preferiti ci siano quelli più estremi, folli, passionali o caratterizzati da grandi trasformazioni.
Nel corso della tua carriera hai prestato la voce a personaggi molto diversi tra loro. C’è una tipologia di ruolo che trovi particolarmente stimolante o che ti permette di metterti maggiormente alla prova come interprete?
I ruoli che preferisco su tutti, sempre e comunque, sono quelli che rientrano nella sfera di quello che possiamo definire “epico” o, in alternativa, preda di una follia che nella vita non ci possiamo permettere di vivere senza finire in carcere probabilmente.
Amo fare i personaggi fuori di testa, indubbiamente, i cattivi, o quelli che devono affrontare un grande viaggio interiore per arrivare a qualcosa di altrettanto grande.
I personaggi passionali, che permettono di esprimere tante emozioni con naturalezza, sono per me i più entusiasmanti.
Riascoltarsi per continuare a crescere
Per un professionista, guardare indietro può essere anche un modo per misurare la propria crescita.
Nel caso di Rossa, però, rivedere un’opera alla quale ha lavorato non sembra essere mai un’esperienza completamente passiva.
Ti capita mai di rivedere, magari anche per caso, un film, una serie o una scena che hai doppiato anni prima? Che effetto ti fa riascoltarti e noti qualcosa nel tuo modo di lavorare che, con il passare degli anni, è cambiato?
Quasi mai per caso: se guardo un film al quale io ho lavorato diventa effettivamente un momento di studio per me.
Se si tratta di lavori troppo vecchi (Camp Rock è un esempio perfetto, visto che avevo 15 anni all’epoca) ammetto di non riuscire proprio a sentirmi, ma faccio lo sforzo anche per capire se all’inizio della mia carriera facevo cose che poi ho perso o che ho migliorato.
Mi capita di farlo anche mentre guardo opere doppiate dove io non sono presente, figuriamoci quando sento la mia voce!
Deformazione professionale in piena regola.
Il sogno di una Sailor, Shakespeare e un supereroe
Nonostante una carriera già ricca di personaggi e di esperienze, ci sono ancora ruoli che Rossa vorrebbe poter vivere.
E alcuni di questi sono sogni che appartengono a immaginari molto diversi tra loro.
Esiste un’attrice, un personaggio o anche un particolare tipo di ruolo che non hai ancora avuto occasione di doppiare e che rappresenterebbe per te una piccola soddisfazione o un sogno professionale?
Ce ne sono a bizzeffe, alcuni penso anche che li avrei risolti molto bene, altre volte sono felice che le mie colleghe abbiano potuto rendere giustizia a certi personaggi a cui magari tenevo particolarmente a prescindere.
Sogno ancora di doppiare una Sailor, un ruolo shakesperiano, un supereroe, ma non entrerò più nello specifico, altrimenti dovrei fare una lista infinita.
La verità è che qualsiasi personaggio che non faccio io è per me un’occasione persa per “vivere” quella specifica avventura o vita, proprio perché affronto il lavoro come spiegato.
Forse è proprio qui che emerge più chiaramente il filo conduttore dell’intervista.
Per Rossa doppiare non significa semplicemente interpretare una parte: significa vivere, anche temporaneamente, un’altra esistenza.
Ed è proprio questo a spiegare il desiderio di continuare a incontrare personaggi nuovi, diversi e possibilmente lontani da ciò che ha già fatto.
Perché ogni nuovo personaggio è una nuova storia.
Da bambina a professionista: una consapevolezza diversa
Cominciare molto presto significa avere la possibilità di vivere il cambiamento professionale quasi in parallelo con quello personale.
Rossa ha iniziato giovanissima e, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere non soltanto il lato interpretativo del doppiaggio, ma anche altre figure e altri aspetti fondamentali del settore.
Guardando alla Rossa che ha mosso i primi passi in questo mondo e alla professionista che sei oggi, qual è il cambiamento più grande che riconosci in te, sia artisticamente sia nel modo in cui vivi questo mestiere?
Proprio perché ho cominciato da piccolissima, penso di essere ormai una persona completamente diversa rispetto a quando ho iniziato.
Rispetto a quando invece ho capito che questo era il lavoro della mia vita, sento di aver maggior dimestichezza proprio con le questioni tecniche del doppiaggio, come il sync.
Inoltre, lavoro ormai come dialoghista e direttrice di doppiaggio da più di dieci anni, perciò ho avuto modo di vivere quasi ogni aspetto di questa professione sulla mia pelle e ciò mi permette di apprezzarlo più che mai.
Sicuramente non è più qualcosa che do per scontato e sono consapevole del privilegio che significa poter svolgere questa meravigliosa professione.
Charlie e un ricordo da conservare
Arriviamo così all’ultima domanda, quella dedicata al ricordo che Rossa sceglierebbe di conservare.
Anche in questo caso la risposta porta verso un personaggio già citato più volte durante l’intervista: Charlie di Hazbin Hotel.
Se dovessi scegliere non il ruolo più importante o conosciuto, ma un singolo ricordo della tua carriera da conservare per sempre, quale sarebbe?
Vado a periodi, ma in generale penso che sarebbe il ruolo di Charlie di Hazbin Hotel, che mi ha permesso di cantare come non avevo mai fatto prima nel mio lavoro e di poter essere diretta da Oreste Baldini, con il quale non avevo mai lavorato così approfonditamente.
Un’esperienza che ha quindi rappresentato qualcosa di nuovo anche dal punto di vista artistico, permettendole di confrontarsi con il canto in una maniera mai affrontata prima nel suo lavoro e con una direzione particolarmente approfondita.
Il messaggio di Rossa Caputo ai lettori di HeartVerse.it
Prima di concludere questa intervista, abbiamo lasciato a Rossa uno spazio completamente libero per rivolgersi direttamente alle persone che seguono il suo lavoro e ai lettori di HeartVerse.
Il risultato è un messaggio che racchiude, in qualche modo, la filosofia emersa durante tutta la conversazione: la curiosità, il desiderio di emozionare e l’importanza di non perdere il contatto con ciò che sentiamo.
Ringrazio tanto i lettori di HeartVerse e tutti coloro che seguono il mio lavoro con passione! Spero di continuare sempre a fare da ponte tra l’opera originale e il pubblico nel modo più sentito possibile, per riuscire a scatenare qualcosa in voi, un’emozione, che sia bella o brutta, ma sempre vera.
Siate curiosi e lasciatevi guidare anche dal cuore, ogni tanto, che in quest’epoca non ci viene permesso quasi mai.
Una voce, tante esperienze
Dai primi ricordi legati alla sua famiglia fino alla scelta, a diciannove anni, di fare del doppiaggio la propria professione, il percorso di Rossa Caputo è cresciuto insieme a lei.
Nel corso degli anni sono arrivati personaggi molto diversi, alcuni più leggeri, altri decisamente più complessi, e con loro anche nuove esperienze: dal lavoro in sala al ruolo di dialoghista e direttrice di doppiaggio.
Quello che emerge dalle sue parole è soprattutto un rapporto molto personale con questo mestiere. Rossa non considera i personaggi semplicemente come ruoli da interpretare, ma come occasioni per entrare in storie e realtà diverse dalla propria.
È anche per questo che, nonostante la carriera già ricca, continua ad avere tanti personaggi che vorrebbe interpretare e nuove esperienze che vorrebbe vivere.
E forse è proprio questa curiosità, insieme alla voglia di mettersi continuamente alla prova, a raccontare meglio di qualsiasi elenco di ruoli il suo modo di vivere il doppiaggio.
HeartVerse ringrazia Rossa Caputo per la disponibilità, il tempo dedicato alle nostre domande e soprattutto per aver condiviso con noi ricordi, riflessioni e una parte così personale del suo percorso.
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