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Gianandrea Muià: von der ersten Liebe zu Evangelion bis zu Miles Morales, einer Stimme zwischen Synchronisation, Anime und Videospielen

Gianandrea Muià: von der ersten Liebe zu Evangelion bis zu Miles Morales, einer Stimme zwischen Synchronisation, Anime und Videospielen

Gianandrea Muià racconta il suo percorso nel mondo del doppiaggio, dalla passione nata guardando Evangelion fino a personaggi come Miles Morales, Kei Tsukishima e Hvitserk. Un viaggio tra anime, videogiochi, recitazione e curiosità sul lavoro dietro le voci che amiamo.

HeartVerse Redazione

15 min di lettura Commenti 114 Aufrufe

Ci sono voci che impariamo a riconoscere ancora prima di conoscere il volto dell’attore che le interpreta. Voci che finiscono per accompagnare personaggi, serie, videogiochi e momenti della nostra vita, diventando parte dell’esperienza che viviamo davanti a uno schermo. Gianandrea Muià è una di quelle voci.

Doppiatore, content creator e grande appassionato di videogiochi, anime, manga e giochi di ruolo, ha costruito negli anni un percorso che lo ha portato a lavorare in diversi ambiti del settore audiovisivo. Tra i personaggi a cui ha prestato la voce troviamo Miles Morales nei videogiochi di Spider-Man, Kei Tsukishima in Haikyu!! e Hvitserk in Vikings, oltre a numerosi ruoli nel mondo dell’animazione e dei videogiochi. Ha inoltre lavorato come adattatore dialoghista, assistente al doppiaggio e direttore.


La sua storia con il doppiaggio, però, nasce molto prima dei grandi videogiochi e delle serie che lo hanno fatto conoscere al pubblico. Nasce davanti a Neon Genesis Evangelion, all’epoca trasmesso su MTV, dalla voce di Ilaria Latini e da quella curiosità che, da semplice passione, sarebbe poi diventata un lavoro. Abbiamo parlato con Gianandrea del suo percorso, del rapporto con i personaggi, del lavoro che si nasconde dietro una voce e di cosa significhi essere, allo stesso tempo, doppiatore e appassionato delle opere sulle quali si lavora.

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Gianandrea Muia
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Una nota della redazione


Prima di lasciarvi all’intervista, ci teniamo a fare una piccola precisazione. La registrazione dell’intervista ha purtroppo avuto un inconveniente tecnico e una parte della conversazione non è stata registrata correttamente. Per questo motivo, alcune risposte che troverete di seguito sono state ricostruite sulla base della trascrizione disponibile mentre le prime due risposte sono state ricostruite grazie ai nostri
appunti e al ricordo diretto della conversazione. Abbiamo cercato di mantenere il più fedelmente possibile le parole, il significato e il tono utilizzati da Gianandrea, senza aggiungere contenuti che non fossero emersi durante l’intervista. Ringraziamo di cuore Gianandrea Muià per la disponibilità, la simpatia e il tempo che ci ha dedicato, e Arkadia per aver reso possibile questo incontro e per la collaborazione.
Ci scusiamo inoltre con entrambi per l’inconveniente tecnico iniziale e per la perdita di parte della
registrazione.
Detto questo, possiamo finalmente lasciar parlare la voce.

Dalla voce di Asuka al sogno del doppiaggio

Quando chiediamo a Gianandrea come sia nata la sua passione per il doppiaggio, lui non ha dubbi.

All’età di 10 anni, guardando Neon Genesis Evangelion, all’epoca trasmesso su MTV, si innamorò della voce di Ilaria Latini e, successivamente, di molte altre. Quella che inizialmente era una semplice fascinazione per il mondo delle voci diventò lentamente qualcosa di più concreto.

A 17 anni, infatti, il suo fumettista di fiducia Paolo gli consigliò di provare a trasformare quella passione in un vero lavoro. Fu così che iniziò il suo percorso da doppiatore.

La prima volta che entrò in una sala di registrazione, racconta, si sentì completamente fuori posto: un vero e proprio “pesce fuor d’acqua“, con quella sensazione che capita quando ti trovi davanti a qualcosa di molto più grande di te.

E quando oggi riascolta i suoi primi lavori amatoriali, la reazione è decisamente meno diplomatica: “Ma che roba è questa?“. Con il sorriso racconta che i suoi insegnanti devono aver avuto l’occhio lungo per essere riusciti a vedere qualcosa in lui già allora. E per chi, come tantissime persone, odia riascoltare i propri vocali su WhatsApp, Gianandrea ha una rassicurazione: prima o poi, probabilmente, ci si fa il callo.

Il doppiaggio non è solo “dire bene” una battuta

Il pubblico vede il risultato finale, ma raramente tutto ciò che accade prima di arrivare a quella voce. Qual è un aspetto del lavoro del doppiatore che secondo te il pubblico continua a sottovalutare o a non conoscere affatto?

Secondo Gianandrea, uno degli aspetti più ignorati è quanto il doppiaggio sia in realtà il risultato di un processo di localizzazione molto più ampio, nel quale il doppiatore rappresenta soltanto uno degli ultimi anelli della catena.

Non è il doppiatore a decidere cosa dire quando doppia un personaggio. Prima di lui vengono il traduttore e l’adattatore dialoghista che lavorano allo script originale per portarlo in italiano. Poi sta al direttore del doppiaggio e infine la punta della piramide: il cliente.

Per questo, secondo lui, quando il pubblico si chiede perché una battuta italiana sia diversa dall’originale, non esiste necessariamente una sola risposta: “può essere una scelta dell’adattatore, del direttore, una necessità legata al labiale, alla chiarezza, all’interpretazione oppure una precisa richiesta del cliente.“

Il suo invito è quindi ad essere più clementi quando si ricerca la fedeltà letterale in una serie o in un film, poiché molti sono gli ingranaggi che girano durante una localizzazione, e a prestare più attenzione al resto dei fattori, come la scelta delle voci e la loro interpretazione.

C’è poi un altro elemento: quando ascoltiamo una lingua che non conosciamo, spesso siamo colpiti soprattutto dalla sua musicalità senza capire il significato delle parole pronunciate. “È per questo che può capitare di pensare che in originale era molto meglio anche senza comprendere realmente quella lingua.

È una questione di imprinting: il modo in cui abbiamo conosciuto per la prima volta un personaggio o una serie finisce per diventare quello che il nostro cervello associa naturalmente a quell’opera. Al cuore non si comanda“, spiega Gianandrea.

Quanto può intervenire un doppiatore sulla costruzione di un personaggio?

Quando entri in una sala per un nuovo personaggio, quanto spazio hai per costruirlo e realizzarlo davvero? E c’è mai stato un personaggio per il quale hai proposto un’intenzione o una caratterizzazione diversa da quella che inizialmente avevi immaginato?

“Il lavoro di localizzazione è un lavoro di squadra.“

Gianandrea spiega che il doppiatore ha certamente la possibilità di proporre delle idee al direttore, ma sarà poi quest’ultimo a decidere se accoglierle oppure no.

Il motivo è semplice: il direttore ha una visione d’insieme del prodotto.

“Esattamente come un direttore d’orchestra, lui ha in testa come deve suonare l’opera nella sua interezza, e quindi cosa si aspetta dall’interpretazione di ogni doppiatore“. Dichiara Gianandrea.

“Ogni voce deve essere coerente con le altre e, se l’approccio, l’impostazione o l’interpretazione di un doppiatore dovesse risultare troppo distante dal resto del cast, potrebbe creare uno stacco poco naturale, una “stonatura nel concerto”, una vera e propria voce fuori dal coro. A volte quindi una proposta viene rifiutata, altre volte invece il direttore può dire: Va bene, mi hai convinto, prova a farmela“.

Gianandrea racconta che gli è capitato più di una volta di fare queste proposte, soprattutto dal punto di vista dell’adattamento, proponendo di cambiare alcune battute per una ricerca più efficace della fedeltà al senso delle parole originali.

Ma c’è un episodio che ricorda in modo particolare.

Quel “sì” per Tsukishima

Gianandrea era già un grande fan di Haikyu!! prima ancora di iniziare a doppiarlo. Per questo, essere scelto da Patrizio Prata per interpretare Kei Tsukishima, il suo personaggio preferito della serie, è stato per lui un regalo enorme.

Nella terza stagione arriva uno dei momenti più importanti per il personaggio. Nell’originale giapponese Tsukishima esplode con un “yossha!”, un’esclamazione che nell’adattamento era stata resa con “evvai“.

Gianandrea però aveva un’idea diversa.

Chiese a Patrizio Prata se fosse possibile provare semplicemente con un “sì” urlato in modo viscerale e mantenuto a lungo.

Il direttore gli disse di provarci.

“Ho tirato un sì che io avevo in canna da tre stagioni“, racconta.

Dopo averlo sentito, Patrizio Prata gli rispose semplicemente che andava bene e si poteva andare avanti.

Per Gianandrea quel momento aveva un’importanza particolare, sia per il personaggio sia per tutti i fan della serie, anche perché il doppiatore giapponese originale aveva fatto un lavoro che lui considera straordinario.

I doppiatori vedono davvero quello che succede sullo schermo?

In Vikings hai avuto l’opportunità di doppiare Hvitserk adulto. Quando lavorate su una serie vedete effettivamente la scena oppure avete uno schermo nero e lavorate solamente con la voce?

“Dipende. Dipende dalle serie, dipende da mille cose“.

Gianandrea racconta che generalmente sullo schermo sono spesso presenti numerose scritte e marcature semitrasparenti pensate per impedire la pirateria e permettere di identificare lo studio nel caso in cui il materiale venisse trafugato.

A volte il materiale può essere quasi completo, altre volte possono mancare alcuni effetti visivi o elementi che verranno aggiunti successivamente. In alcune produzioni può capitare invece di ricevere il prodotto in bianco e nero o con parti oscurate.

Per film particolarmente importanti, racconta, le misure possono diventare ancora più estreme: in alcuni casi vengono lasciati visibili solamente gli occhi e la bocca del personaggio.

Con i videogiochi, invece, la situazione cambia completamente.

“Il 90% di quello che facciamo quando doppiamo un videogioco è a nero“.

Molte battute vengono infatti registrate senza avere davanti una vera e propria scena, perché sono linee che il personaggio pronuncia durante il gameplay e non durante una cutscene prestabilita.

Quando le cutscene esistono, anche lì possono esserci situazioni molto diverse: video incompleti, in motion capture, personaggi in T-pose o materiale ancora provvisorio.

“Mille casi“, riassume Gianandrea.

Essere un videogiocatore aiuta davvero quando si doppia un videogioco?

“Diverso non te lo saprei dire. Ti posso dire, magari, più consapevole”.

Gianandrea sottolinea come siano molti i giovani doppiatori appassionati di videogiochi, anime, manga e serie TV. Quando si trovano a lavorare su un prodotto che conoscono già, inevitabilmente arrivano in sala con un’energia particolare.

Ma la passione può avere anche un’utilità concreta.

Ricorda, per esempio, un turno su uno dei tanti Call of Duty a cui ha lavorato. Dopo aver registrato una battuta urlata, si rese conto che gli si era rotta la voce in un punto, rendendola molto vera. Ma sapendo che quella frase sarebbe stata ascoltata tantissime volte dai videogiocatori durante le loro sessioni di gioco, sapeva che alla lunga avrebbe infastidito l’orecchio dell’ascoltatore.

Chiese quindi al direttore di rifarla in maniera più pulita.

È proprio questo, secondo lui, il piccolo vantaggio che può offrire la conoscenza diretta del medium: una consapevolezza aggiuntiva che, anche se minima, può aiutare il prodotto finale.

Dall’altra parte del vetro: cosa ha insegnato La Leggenda di Vox Machina

In La Leggenda di Vox Machina hai potuto vivere il doppiaggio anche dall’altra parte, lavorando come adattatore, assistente e direttore. Questa esperienza ha cambiato il tuo modo di giudicare il tuo stesso lavoro quando torni davanti al microfono?

Gianandrea distingue le diverse esperienze.

Quella da adattatore dialoghista, spiega, non è stata la prima della sua carriera. L’esperienza da assistente, invece, gli ha permesso di osservare molto più da vicino il lavoro del direttore.

In particolare, racconta di aver imparato molto osservando Stefania De Peppe, direttrice del doppiaggio di Vox Machina, che descrive come una professionista estremamente brava, paziente e pacata.

La cosa che lo ha colpito maggiormente è stata la capacità di modificare il proprio approccio in base al doppiatore che si trova davanti.

In base al professionista che ha davanti, sa cosa chiedere e come chiedere per avere dalla scena ciò che ha bisogno. Con qualcuno di più esperto può scendere nello specifico e andare a ricercare anche le più piccole finezze. Con qualcuno di più giovane, acerbo o arrugginito sa come fare sentire il doppiatore a suo agio, senza mettergli pressione, e comunque poterlo portare a fare del suo meglio e ottenere ciò che la scena richiede.

“Questo mi ha insegnato tanto“.

Una lezione che Gianandrea ha poi portato con sé quando si è trovato a dirigere Vox Machina e altri prodotti.

“Sapere cosa chiedere a un doppiatore è una cosa. Sapere come chiederglielo, creare il giusto ambiente in sala e capire quando si sta chiedendo troppo oppure quando è il momento di fermarsi e fare una pausa è un’altra.“

Stare dall’altra parte del vetro gli ha insegnato soprattutto questo.

Mi fai la voce di Miles Morales?

Ti capita mai che amici, parenti o persone che incontri ti chiedano di fare la voce di qualche personaggio?

“Sì, succede.”

Non tanto con amici e familiari, quanto con le persone che lo incontrano alle fiere, in metropolitana o in altri contesti.

Le richieste sono quasi sempre le stesse: Miles Morales, Tsukishima, Hvitserk e altri personaggi.

Il problema, però, è che in molti casi non si tratta realmente di fare una voce.

“È la mia voce“.

Gianandrea spiega che alcuni personaggi sono caratterizzati proprio a partire dalla sua voce naturale, con leggere modifiche nell’approccio interpretativo.

Se qualcuno gli chiede una battuta di Miles Morales, quindi, non deve necessariamente trasformare la voce: sta semplicemente parlando con la voce che utilizza già per quel personaggio.

E per fare un esempio paragona la situazione a Claudio Moneta: chiedergli la voce del comandante Shepard significa, sostanzialmente, chiedergli la sua voce; chiedergli invece di fare SpongeBob è tutta un’altra storia, visto che quella è effettivamente una voce caratterizzata e particolare per cui la richiesta è sensata.

Il doppiatore con cui vorrebbe ancora lavorare

C’è un doppiatore o una doppiatrice con cui ti piacerebbe particolarmente lavorare e che non hai ancora avuto l’occasione di farlo?

La risposta arriva immediatamente:

“Stefano Crescentini al 100%.“

Crescentini è la voce italiana di Robert Pattinson in moltissimi film, del principe Zuko in Avatar: The Last Airbender, di L in Death Note e di Mollymauk in The Mighty Nein.

“È il mio doppiatore preferito“.

Gianandrea lo ha già incrociato alcune volte, ma non ha mai avuto l’occasione di lavorare davvero al suo fianco.

Ricorda in particolare una volta, circa otto o nove anni fa, quando si trovava ad assistere a un turno di doppiaggio in cui Crescentini era al microfono.

Ascoltandolo, si trovò a pensare che una determinata intonazione fosse sbagliata. Ma, contemporaneamente, quella stessa interpretazione gli sembrava incredibilmente efficace. È stato proprio lì che ha capito di avere ancora molto da imparare.

Se qualcosa che il suo cervello inesperto percepiva come sbagliato riusciva comunque a convincerlo e ad arrivargli emotivamente, significava che forse doveva rompere alcune delle proprie rigidità.

“Sennò siamo incasellati in un “doppiaggese”, tra virgolette, in una tecnica e non in una recitazione“.

Per questo gli piacerebbe moltissimo poter lavorare con Crescentini, sia fianco a fianco al microfono sia con lui al banco del direttore.

“Un po’, ovviamente, ne avrei paura, ma anche tantissima stima“.

Il personaggio che vorrebbe doppiare

E invece c’è un personaggio che ti piacerebbe doppiare, tra film, serie TV, videogiochi o anime?

La risposta è Cappuccio Rosso, Jason Todd, il secondo Robin.

È il suo supereroe preferito e un personaggio che gli piacerebbe moltissimo poter interpretare, anche se Gianandrea ammette di non sapere se la sua voce sarebbe necessariamente la più adatta. Ma il suo sogno non riguarda solamente un singolo personaggio.

Quello che gli piacerebbe davvero è poter seguire un giovane attore per tutta la sua carriera. Porta come esempio Alex Polidori, che ha prestato la voce italiana a Tom Holland nei film di Spider-Man e lo ha accompagnato anche nei suoi lavori successivi.

Per un doppiatore, secondo Gianandrea, è qualcosa di magnifico: significa vedere crescere un attore sia dal punto di vista recitativo sia dal punto di vista della carriera e, allo stesso tempo, costruire nel pubblico un imprinting vocale che rimane stabile nel tempo.

“Quella è una cosa magnifica per un doppiatore“.

Kei Tsukishima, Miles Morales e i personaggi del cuore

Tra tutti i personaggi a cui hai prestato la voce, ce n’è uno a cui sei rimasto particolarmente legato?

La prima risposta è inevitabilmente Kei Tsukishima.

Gianandrea è legato al personaggio perché appartiene a una serie che ama profondamente, ma soprattutto per la sua evoluzione. Tsukishima parte come un personaggio negativo, distante dai protagonisti, fastidioso e persino un po’ stronzo.

“E io mi diverto un sacco con i personaggi di questo stampo“.

Ma ciò che lo ha conquistato è stato poter vedere la sua crescita e capire da dove arrivassero determinate emozioni, atteggiamenti e caratteristiche. C’è però un altro personaggio a cui è profondamente legato: Miles Morales.

Il motivo, questa volta, è anche personale.

L’Uomo Ragno è stato infatti il primo fumetto che Gianandrea abbia comprato con i propri soldi. Aveva otto anni, si trovava in aeroporto ad aspettare suo zio e vide una copertina fluorescente di Spider-Man con Carnage che incombe sull’Uomo Ragno.

Da quel momento iniziò a leggere Spider-Man per anni, fino ad arrivare a Ultimate Spider-Man e alla scoperta di Miles Morales.

Per questo, quando arrivò il provino per un personaggio chiamato Miles Morales, sapeva già perfettamente chi fosse e a cosa fosse destinato.

Ma il legame con Miles non si ferma ai fumetti. C’è anche quello con Jacopo Calatroni, voce di Peter Parker nei videogiochi.

Come Peter rappresenta per Miles una sorta di fratello maggiore, mentore e amico, Gianandrea vede in Jacopo qualcosa di simile: una persona più grande, con più esperienza nel settore, ma con le sue stesse passioni, che in diversi momenti gli è stata vicino come fratello maggiore, mentore e amico.

“Ogni tanto quando ci incrociamo nelle sale è ancora: Ciao Spider-bro“.

Tra i personaggi a cui è legato ricorda anche Blue di Pokémon Generazioni, il rivale storico del protagonista del famoso videogioco.

Un ruolo piccolo, ma speciale proprio perché gli ha permesso di dare voce a un personaggio appartenente al suo immaginario d’infanzia.

Da piccolo volevo fare l’avvocato o il detective

Si può dire che diventare doppiatore fosse un po’ il sogno che avevi da ragazzino?

“Beh, lo è diventato“.

La risposta arriva con la sua solita ironia. Da piccolo, infatti, Gianandrea racconta che avrebbe voluto fare l’avvocato oppure il detective. È stato soltanto a 17 anni che ha capito quale strada volesse realmente seguire.

E quella che era iniziata come una passione nata davanti a Evangelion si è trasformata, negli anni, in una professione che lo ha portato a prestare la voce a personaggi che appartengono a mondi che lui stesso amava da spettatore, lettore e videogiocatore.

Il messaggio di Gianandrea ai lettori

Prima di lasciarti, vuoi lasciare un messaggio ai lettori e ai tuoi fan? E c’è qualcosa che non abbiamo detto e che vuoi aggiungere?

Il suo messaggio è semplice:

“Grazie per il vostro tempo, grazie per avere letto fino a qui“.

Gianandrea invita tutti a godersi il mondo dell’audiovisivo nel modo che preferiscono, che sia in lingua originale, in italiano, o in mille altri modi.

E, naturalmente, non manca qualche consiglio personale.

Il primo è Avatar: L’ultimo dominatore dell’aria, serie animata che considera tra le sue preferite e nella quale apprezza particolarmente il lavoro di Stefano Crescentini, Ilaria Latini e Alessio De Filippis, insieme a tantissimi altri doppiatori.

Il secondo è Blue Eye Samurai su Netflix, che considera un prodotto doppiato veramente veramente bene e di cui attende con grande curiosità una seconda stagione.

“Così, consigli per gli acquisti!“, scherza alla fine.

Il mondo del doppiaggio è stretto sotto NDA

L’intervista si chiude con una domanda sui progetti futuri.

Gianandrea, naturalmente, non può anticipare molto.

“Purtroppo il mondo del doppiaggio è stretto sotto vari Accordi di Riservatezza, quindi non posso mai dire dove, come, quando sarò“.

E forse è proprio questa una delle caratteristiche più curiose di questo mestiere: spesso il pubblico scopre la presenza di un doppiatore soltanto quando il progetto arriva finalmente sugli schermi.

Ma una cosa è certa: quando quella voce arriverà, per chi ha imparato a riconoscerla sarà difficile non pensare:

“Aspetta… questa voce la conosco“.

E, dopo questa intervista, forse sapremo riconoscerla ancora meglio.

Un grazie speciale


Ringraziamo ancora una volta Gianandrea Muià per averci dedicato il suo
tempo e per la disponibilità dimostrata durante tutta l’intervista, e
Arkadia per aver reso possibile questo incontro e per la collaborazione.
E sì, Gianandrea: promettiamo che la prossima volta controlleremo prima
che la registrazione sia partita

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