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Zodiac, recensione: quando la realtà fa più paura del cinema

Zodiac, recensione: quando la realtà fa più paura del cinema

Zodiac di David Fincher ricostruisce uno dei casi irrisolti più inquietanti d’America trasformandolo in un’indagine ossessiva e coinvolgente. Tra lettere, codici, sospetti e piste mai davvero chiuse, il film riesce ancora oggi a trascinare lo spettatore dentro il mistero.

HeartVerse Redazione

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22 min di lettura 0 commenti 36 visualizzazioni

Immaginate di vivere a San Francisco, in California, nel 1969. La città viene improvvisamente sconvolta da una serie di brutali omicidi, accompagnati da lettere, messaggi cifrati e dalla firma di un uomo senza volto: Zodiac.

Un assassino senza una vera identità, capace di terrorizzare un’intera comunità e di trasformare i suoi stessi crimini in una macabra sfida contro polizia e giornali. Una storia che, per certi versi e con tutte le dovute differenze, può ricordare a noi italiani il Mostro di Firenze: un caso fatto di omicidi, piste, sospettati e domande rimaste senza una risposta definitiva.

È proprio questa storia che David Fincher racconta in Zodiac, film del 2007 disponibile su Netflix. Quasi tre ore che, nonostante la durata, riescono a tenervi incollati allo schermo e, soprattutto, a riempirvi la testa di domande.

Dopo un po’ potreste persino dimenticarvi di stare guardando un film tratto da una storia vera. Zodiac assume quasi le sembianze di un enorme poliziesco nel quale anche noi spettatori iniziamo a raccogliere indizi, osservare i sospettati e cercare disperatamente quella risposta che investigatori e giornalisti hanno inseguito per anni.

Ed è raccontato tutto con una tale naturalezza che prima o poi una domanda arriva inevitabilmente: ma queste persone sono esistite davvero?

Robert Graysmith, il fumettista interpretato da Jake Gyllenhaal? Il giornalista Paul Avery? L’ispettore Dave Toschi? Arthur Leigh Allen?

Ebbene sì.

Dietro quasi tutti i protagonisti di Zodiac ci sono persone realmente esistite. Ed è proprio qui che il film diventa ancora più affascinante, perché realtà e cinema cominciano a sovrapporsi fino a rendere difficile capire dove finisca una e inizi l’altro.

Ma allora chi era veramente Zodiac? Quello che vediamo nel film è realmente accaduto? E quanto c’è di documentato e quanto, invece, è stato romanzato?

Chi era veramente Zodiac? Una storia che ancora oggi non ha un colpevole

Prima di parlare del film bisogna però conoscere la storia vera, perché Zodiac non nasce dalla fantasia di uno sceneggiatore. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, la California settentrionale venne terrorizzata da un assassino che decise non soltanto di uccidere, ma anche di trasformare i suoi crimini in una sorta di sfida con la polizia, i giornali e, indirettamente, con un’intera popolazione.

Il caso esplose definitivamente nel 1969, quando alcune testate giornalistiche iniziarono a ricevere lettere scritte da un uomo che rivendicava gli omicidi e che presto avrebbe iniziato a firmarsi con un nome diventato tristemente famoso: Zodiac. Insieme alle lettere arrivarono anche dei messaggi cifrati, con la richiesta che venissero pubblicati sui giornali. Alcuni di quei codici sono stati decifrati, mentre altri continuano ancora oggi ad alimentare teorie e tentativi di soluzione. L’FBI conserva tuttora nel proprio archivio copie delle lettere e dei cifrari originali inviati nel 1969.

Ed è qui che la storia diventa ancora più inquietante. Zodiac si attribuì un numero molto elevato di vittime, ma quelle ufficialmente associate alla sua serie di attacchi sono molte meno: sette persone aggredite, cinque delle quali morirono e due riuscirono a sopravvivere, gli attacchi riconosciuti avvennero tra dicembre 1968 e ottobre 1969, mentre le comunicazioni attribuite all’assassino continuarono negli anni successivi.

Ma chi si nascondeva dietro quel simbolo simile a un mirino? È proprio questa la domanda alla quale investigatori, giornalisti e appassionati cercano di rispondere da più di mezzo secolo. Nel corso degli anni sono emersi numerosi sospettati, alcuni decisamente più convincenti di altri, ma l’identità dello Zodiac Killer non è mai stata stabilita ufficialmente, ed è importante ricordarlo guardando il film di David Fincher, perché Zodiac ci conduce inevitabilmente verso un uomo in particolare, ma la realtà non ha mai consegnato al caso una soluzione definitiva. Il film Zodiac è disponibile su Netflix.

Zodiac non è stato l’unico caso a terrorizzare un’intera nazione

Per noi italiani è difficile conoscere la storia di Zodiac senza pensare almeno per un momento al Mostro di Firenze, ovviamente parliamo di casi completamente differenti e non esiste alcun collegamento accertato tra i due, anche se nel corso degli anni non sono mancate teorie e speculazioni che hanno provato ad avvicinare le due vicende. Le somiglianze, del resto, sono affascinanti: omicidi ripetuti per anni, indagini enormi, numerosi sospettati e soprattutto una domanda sull’identità dell’assassino destinata a sopravvivere per decenni.

Tra il 1968 e il 1985, nelle campagne intorno a Firenze, furono uccise otto coppie per un totale di sedici vittime, la stessa pistola, una Beretta calibro .22, venne collegata alla serie di duplici omicidi e negli anni le indagini coinvolsero numerose persone. Pietro Pacciani venne condannato in primo grado e successivamente assolto in appello, morendo prima di un nuovo processo; Mario Vanni e Giancarlo Lotti furono invece condannati definitivamente per quattro degli otto duplici omicidi. Nonostante decenni di indagini e processi, la ricostruzione complessiva della vicenda e l’identità dell’autore o degli autori di tutti i delitti continuano ad avere punti irrisolti.

E l’Italia non è l’unico esempio europeo. In Belgio troviamo uno dei casi criminali irrisolti più impressionanti del continente: quello dei Killer del Brabante, conosciuti anche come la Banda di Nivelles. Tra il 1982 e il 1985 un gruppo di uomini compì una serie di rapine e attacchi estremamente violenti, arrivando a uccidere 28 persone, compresi alcuni bambini, la polizia belga ha realizzato diversi identikit, analizzato migliaia di elementi e continuato a investigare per decenni, senza riuscire a stabilire definitivamente chi facesse parte del gruppo.

Zodiac, il Mostro di Firenze e i Killer del Brabante sono storie profondamente diverse per modalità, vittime e motivazioni, e non esiste alcun elemento che le colleghi. Hanno però qualcosa in comune che forse fa ancora più paura degli omicidi stessi: l’assenza di una risposta definitiva.

Perché quando conosciamo il volto di un assassino possiamo almeno dare un nome alla paura. Quando quel volto non arriva mai, invece, rimane una domanda che può sopravvivere per decenni.

Ed è esattamente da quella domanda che nasce Zodiac.

I protagonisti di Zodiac sono realmente esistiti?

Una delle cose che più ci ha sorpreso durante la visione di Zodiac è stata proprio questa. Più il film andava avanti e più ci chiedevamo quanto di quello che stavamo guardando fosse realmente accaduto e, soprattutto, se personaggi come Robert Graysmith, Paul Avery e l’ispettore Dave Toschi fossero persone realmente esistite oppure figure create appositamente per raccontare la storia.

La risposta è forse ancora più interessante del previsto: sì, sono esistiti davvero, David Fincher non ha creato tre protagonisti fittizi da inserire all’interno di una storia vera, ma ha portato sullo schermo alcune delle persone che, per motivi completamente diversi, finirono per dedicare anni della propria vita al mistero di Zodiac. Lo stesso film è tratto principalmente dai libri scritti proprio da uno di loro, Robert Graysmith.

Robert Graysmith: il fumettista interpretato da Jake Gyllenhaal

Partiamo proprio da lui. Il Robert Graysmith interpretato da Jake Gyllenhaal non è un investigatore e nemmeno un giornalista di cronaca nera: all’epoca lavorava come vignettista al San Francisco Chronicle, ed è forse proprio questo a rendere il suo coinvolgimento nella storia così particolare, perché inizialmente non avrebbe avuto praticamente nessun motivo per trasformarsi in uno degli uomini più ossessionati dall’identità di Zodiac.

Eppure accadde davvero. Graysmith iniziò a raccogliere informazioni, studiare le lettere, confrontare indizi e ricostruire gli avvenimenti fino a dedicare anni al caso. Nel 1986 pubblicò Zodiac, libro che divenne un bestseller e che, insieme al successivo Zodiac Unmasked, sarebbe diventato una delle basi principali utilizzate per realizzare il film di Fincher.

C’è però un dettaglio fondamentale da ricordare durante la visione: stiamo osservando buona parte della vicenda proprio attraverso la ricostruzione di Graysmith, questo significa che alcune conclusioni e collegamenti mostrati nel film non devono necessariamente essere interpretati come verità giudiziarie, ma come parte della sua ricostruzione del caso. Ed è un dettaglio che diventerà particolarmente importante quando arriveremo ad Arthur Leigh Allen.

Paul Avery: Robert Downey Jr. interpreta un vero giornalista del Chronicle

Anche Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr., è realmente esistito. Era un giornalista del San Francisco Chronicle e seguì da vicino il caso, finendo addirittura nel mirino dello stesso Zodiac. Nell’ottobre del 1970 arrivò infatti al giornale una cartolina di Halloween indirizzata proprio ad Avery, contenente una minaccia nei suoi confronti.

Il film utilizza Avery anche per mostrare quanto il caso riesca lentamente a consumare le persone che gli ruotano intorno, ma qui troviamo già qualche libertà cinematografica. Il rapporto tra Avery e Graysmith, per esempio, viene reso molto più stretto e importante nella pellicola rispetto a quanto sarebbe stato nella realtà, permettendo però a Fincher di unire meglio il mondo del giornalismo alle indagini personali del fumettista.

Dave Toschi: anche il poliziotto interpretato da Mark Ruffalo è esistito davvero

E poi c’è lui, Dave Toschi, interpretato da Mark Ruffalo. Anche in questo caso non stiamo parlando di un investigatore inventato per il film: Toschi era realmente un ispettore della polizia di San Francisco e fu uno degli uomini incaricati di lavorare sugli omicidi attribuiti a Zodiac.

La cosa interessante è che attraverso Toschi il film riesce a mostrarci l’altra faccia dell’indagine. Graysmith può inseguire intuizioni, coincidenze e teorie, mentre un poliziotto deve riuscire a trasformare tutto questo in prove. Ed è proprio questa differenza a diventare uno dei temi più importanti di Zodiac: essere convinti di sapere chi sia un assassino non significa poter dimostrare che lo sia.

Arthur Leigh Allen era veramente Zodiac?

Arriviamo quindi all’uomo che inevitabilmente rimane nella testa una volta terminato il film: Arthur Leigh Allen, interpretato da John Carroll Lynch.

Allen non è un personaggio inventato e fu realmente investigato in relazione al caso Zodiac. Nel corso degli anni venne interrogato e la sua proprietà fu oggetto di perquisizioni; esistevano inoltre diverse coincidenze e circostanze che contribuirono a mantenerlo sotto l’attenzione degli investigatori.

Ed è proprio qui che Fincher fa qualcosa di estremamente efficace. Durante il film gli indizi sembrano accumularsi uno dopo l’altro e, arrivati alla famosa scena nella ferramenta, quando Graysmith si trova finalmente davanti ad Allen, è difficilissimo per lo spettatore non pensare: “È lui”

Ma la realtà è molto più complicata.

Gli elementi fisici disponibili non riuscirono a dimostrare che Allen fosse Zodiac: la sua calligrafia non venne identificata come quella delle lettere e altri elementi non fornirono quella prova definitiva necessaria per chiudere il caso. Persino Dave Toschi, molti anni dopo, avrebbe affermato che gli elementi raccolti contro Allen avevano finito per dare risultati negativi. Allen morì nel 1992 senza essere mai incriminato per gli omicidi di Zodiac.

Questo non significa automaticamente che Allen fosse innocente, così come non significa che fosse Zodiac. Significa semplicemente che non è mai stato possibile provarlo.

Ed è una distinzione importantissima, perché il film ci porta volutamente molto vicino alla convinzione raggiunta da Graysmith senza poterci consegnare quella risposta che, ancora oggi, manca anche nella realtà.

Rick Marshall e quella terrificante casa con lo scantinato

Ma Arthur Leigh Allen non è l’unico sospettato che incontriamo durante il film. A un certo punto Graysmith segue una pista legata a Rick Marshall, un proiezionista cinematografico realmente preso in considerazione nel corso delle infinite ricerche sull’identità di Zodiac. La pista conduce Graysmith da un uomo chiamato Bob Vaughn, interpretato da Charles Fleischer.

Ed è qui che Zodiac, per qualche minuto, smette quasi di sembrare un poliziesco e diventa un film horror.

Graysmith pensa che alcuni manifesti cinematografici siano stati scritti da Marshall e che la grafia possa rappresentare un collegamento con Zodiac. Durante la conversazione, però, Vaughn gli rivela che era stato lui a scrivere quei manifesti, improvvisamente il sospettato che Graysmith stava cercando sembra quasi essere diventato l’uomo seduto davanti a lui.

Poi arriva lo scantinato.

Vaughn accompagna Graysmith al piano inferiore per cercare del materiale relativo al cinema e, mentre i due sono apparentemente soli in casa, Graysmith sente dei passi provenire dal piano superiore. La scena diventa soffocante e per qualche minuto Fincher riesce a convincere anche noi che Graysmith possa essersi infilato direttamente nella casa di Zodiac.

La parte più assurda? L’incontro con Vaughn e persino i misteriosi rumori vengono raccontati da Graysmith come realmente accaduti.

Questo però non significa che Bob Vaughn fosse Zodiac. Non abbiamo prove che permettano di arrivare a una conclusione simile e bisogna ricordare ancora una volta che l’episodio ci arriva attraverso il racconto dello stesso Graysmith. Ed è proprio per questo che la scena funziona così bene: ormai non sappiamo più se stiamo seguendo una vera pista oppure se stiamo vivendo la stessa paranoia che ha iniziato a divorare il protagonista.

Ed è forse questo il momento in cui Zodiac ci fa capire definitivamente una cosa: il vero protagonista del film non è soltanto l’assassino.

È l’ossessione di riuscire a dargli un volto.

Quanto c’è di vero in Zodiac e cosa è stato romanzato?

Arrivati a questo punto probabilmente vi starete facendo la stessa domanda che ci siamo fatti noi durante la visione: ma quanto di quello che vediamo in Zodiac è realmente accaduto?

Perché ci sono momenti talmente assurdi, coincidenze talmente perfette e situazioni costruite con una tensione tale da sembrare create appositamente per il film. E invece la risposta, in molti casi, è sorprendente: molto più di quanto possiate immaginare è successo davvero.

David Fincher ha ricostruito il caso con una cura quasi maniacale, partendo dalle indagini, dalle testimonianze e soprattutto dai libri di Robert Graysmith. Ed è proprio quest’ultimo dettaglio che bisogna tenere bene a mente: Zodiac è estremamente fedele sotto molti aspetti, ma non è un documentario e soprattutto racconta buona parte della vicenda attraverso la ricostruzione e le convinzioni dello stesso Graysmith.

Vediamo allora quali delle scene più incredibili del film sono realmente accadute e dove, invece, il cinema ci ha messo lo zampino.

L’attacco al lago Berryessa e il costume di Zodiac – VERO

Una delle scene più inquietanti di tutto Zodiac è sicuramente quella ambientata sulle rive del lago Berryessa. Un uomo incappucciato si avvicina a Bryan Hartnell e Cecelia Shepard, racconta loro una storia per convincerli a collaborare, li lega e infine li accoltella.

E quel costume così inquietante, con il simbolo di Zodiac sul petto? Non è un’invenzione del film.

Hartnell sopravvisse all’aggressione e poté raccontare ciò che aveva visto, descrivendo proprio un cappuccio nero e il simbolo del mirino sul petto dell’assalitore. Zodiac lasciò inoltre un messaggio sulla portiera dell’auto di Hartnell, riportando le date dei precedenti attacchi e quella appena avvenuta.

Una scena che sembra costruita appositamente per rendere Zodiac ancora più terrificante e che, invece, nasce da uno degli episodi realmente associati al killer.

Le lettere e i cifrari inviati ai giornali – VERO

Anche le lettere che vediamo arrivare al San Francisco Chronicle e agli altri giornali sono assolutamente reali, Zodiac scriveva alle redazioni, rivendicava gli omicidi, forniva dettagli che secondo gli investigatori potevano essere conosciuti dall’assassino e pretendeva che i suoi messaggi venissero pubblicati. In alcune occasioni allegò anche dei cifrari, trasformando praticamente la caccia a un serial killer in una macabra sfida pubblica.

Ed è proprio attraverso queste comunicazioni che iniziò a utilizzare il nome con cui sarebbe diventato famoso: Zodiac.

Alcuni dei suoi messaggi cifrati sono stati risolti, altri continuano ancora oggi a essere discussi. Quindi no, Fincher non aveva bisogno di inventarsi lettere misteriose per rendere interessante la storia: Zodiac aveva già fatto tutto da solo.

Zodiac telefonava davvero alla polizia – VERO

Anche quelle inquietanti telefonate che vediamo nel film hanno una base reale.

Dopo l’attacco di Blue Rock Springs del luglio 1969, un uomo telefonò alla polizia per segnalare il luogo dell’aggressione e rivendicare anche il precedente duplice omicidio di dicembre. Poche settimane dopo l’attacco al lago Berryessa, un’altra telefonata segnalò alla polizia ciò che era appena accaduto.

Pensateci per un secondo: commettere un crimine e poi telefonare direttamente alle autorità per rivendicarlo, è uno di quei dettagli che, se Zodiac fosse una storia completamente inventata, probabilmente giudicheremmo persino troppo cinematografico.

La minaccia contro Paul Avery – VERO

Anche Paul Avery finì realmente nel mirino di Zodiac.

Nel 1970 il giornalista ricevette una cartolina di Halloween contenente una minaccia che venne interpretata come rivolta direttamente contro di lui. La situazione venne presa abbastanza seriamente da portare Avery a prendere precauzioni per la propria sicurezza.

Ed è vera persino una delle parti più assurde mostrate nel film: i colleghi del Chronicle iniziarono a indossare delle spille con la scritta “I Am Not Avery”.

Una battuta decisamente macabra considerando chi stavano cercando.

Arthur Leigh Allen possedeva davvero un orologio Zodiac – VERO

E qui arriviamo probabilmente al dettaglio che durante il film fa scattare nella testa dello spettatore un gigantesco:

“È lui”.

Arthur Leigh Allen possedeva davvero un Zodiac Sea Wolf, un orologio prodotto dall’azienda Zodiac. E indovinate quale simbolo compariva sul quadrante?

Proprio un logo estremamente simile al mirino utilizzato dall’assassino, ciò è una coincidenza talmente perfetta che sembra quasi impossibile non attribuirle un significato, soprattutto dopo tutto ciò che il film ci ha mostrato fino a quel momento.

Ma dobbiamo fermarci proprio qui.

Possedere quell’orologio non dimostra che Allen fosse Zodiac, è un elemento estremamente suggestivo, soprattutto all’interno della ricostruzione di Graysmith, ma rimane una coincidenza e non una prova capace di identificare un assassino.

Ed è proprio in momenti come questo che Zodiac inizia lentamente a portarci nella stessa direzione presa da Graysmith.

Graysmith, Bob Vaughn e lo scantinato – VERO, MA ROMANZATO

E poi c’è quella scena.

Probabilmente una delle sequenze che più ci ha messo ansia durante tutte le quasi tre ore di film.

Graysmith sta cercando informazioni su Rick Marshall e arriva a casa di Bob Vaughn, un uomo che aveva lavorato nel mondo del cinema. Durante la conversazione scopre che alcuni manifesti che pensava fossero stati scritti da Marshall erano stati realizzati proprio da Vaughn.

Ed è in quel momento che qualcosa cambia.

La grafia, la casa, lo scantinato, quei rumori provenienti dal piano superiore mentre Vaughn sostiene che non ci sia nessun altro nell’abitazione: improvvisamente anche noi iniziamo a pensare la stessa cosa di Graysmith.

“E se Zodiac fosse proprio davanti a lui?”

L’incontro con Vaughn deriva realmente dal racconto di Graysmith e anche la visita nella sua abitazione ha una base reale. Questo, però, è uno dei punti nei quali bisogna distinguere maggiormente tra ciò che sappiamo e il modo in cui Fincher decide di raccontarcelo.

La sequenza viene trasformata in un piccolo film horror all’interno di Zodiac: tempi, silenzi, rumori e inquadrature sono studiati per farci provare esattamente la paranoia che ormai accompagna Graysmith ovunque vada.

Bob Vaughn non venne identificato come Zodiac e non abbiamo prove che lo fosse.

La scena funziona proprio perché, arrivati a quel punto, non sappiamo più distinguere un vero indizio da una coincidenza.

Il riconoscimento finale di Arthur Leigh Allen – VERO, ma con molti dubbi

Da questo momento entriamo direttamente nel finale del film, quindi attenzione agli spoiler.

Michael Mageau, sopravvissuto all’attacco di Blue Rock Springs, venne realmente mostrato delle fotografie molti anni dopo e indicò Arthur Leigh Allen come l’uomo che gli aveva sparato, dicendosi molto sicuro della propria scelta.

Quindi anche il momento che chiude praticamente il cerchio costruito dal film non è stato inventato da Fincher.

C’è però un problema enorme: erano trascorsi più di vent’anni dall’aggressione.

Mageau aveva visto il suo assalitore in condizioni estremamente difficili e per un tempo limitato, motivo per cui quel riconoscimento non può essere considerato la prova definitiva che Arthur Leigh Allen fosse Zodiac.

Ed eccoci arrivati al punto più importante di tutto questo confronto tra film e realtà.

Zodiac è fedele alla realtà, ma c’è un problema

Zodiac è probabilmente uno di quei film che, una volta terminati, vi spingeranno immediatamente a prendere il telefono e cercare informazioni sul caso, è successo anche a noi, perché dopo quasi tre ore passate a seguire Graysmith, Toschi e Avery sembra quasi impossibile accettare che quella storia non abbia un vero finale, ed è proprio qui che troviamo forse uno dei pochissimi aspetti del film che ci hanno convinto meno.

Zodiac non afferma mai apertamente che Arthur Leigh Allen fosse Zodiac, ma fa praticamente di tutto per portarci verso quella conclusione. Le coincidenze si accumulano, gli sguardi diventano sempre più importanti e quando Graysmith incontra Allen nella ferramenta sembra quasi che il film ci stia finalmente mostrando l’uomo che abbiamo cercato per quasi tre ore.

Ma nella realtà non esiste una prova definitiva che Arthur Leigh Allen fosse Zodiac.

La sua grafia non venne considerata corrispondente a quella delle lettere, le impronte non fornirono la conferma sperata e nessuna prova riuscì mai a trasformare tutti quei sospetti in una certezza giudiziaria. Allen morì nel 1992 senza essere mai incriminato per gli omicidi attribuiti a Zodiac.

Questo non significa che possiamo affermare che non fosse lui, significa semplicemente che non possiamo affermare il contrario, ed è una differenza enorme, soprattutto perché buona parte del film deriva proprio dai libri di Robert Graysmith, l’uomo che per anni arrivò alla convinzione che Arthur Leigh Allen fosse Zodiac.

Forse è proprio questo il più grande pregio e, allo stesso tempo, uno dei pochi possibili difetti del film: Fincher riesce a farci entrare così profondamente nell’ossessione di Graysmith che, alla fine, rischiamo di ereditare anche le sue convinzioni, e quando compaiono i titoli di coda non abbiamo finalmente scoperto chi fosse Zodiac.

Abbiamo semplicemente trovato l’uomo che vorremmo fosse Zodiac.

Zodiac – La nostra recensione

Quasi tre ore. Probabilmente è questa una delle prime cose che noterete prima ancora di iniziare Zodiac e, diciamocelo, vedere una durata simile può far venire qualche dubbio. Eppure una volta iniziato il film quelle quasi tre ore riescono incredibilmente a non pesare, perché David Fincher non ci mette semplicemente davanti alla caccia a un serial killer: ci fa entrare nell’indagine.

Inizialmente osserviamo tutto quasi dall’esterno. Arrivano le prime lettere, conosciamo gli investigatori, vediamo Paul Avery seguire il caso per il San Francisco Chronicle e incontriamo quel fumettista apparentemente fuori posto interpretato da Jake Gyllenhaal. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Iniziamo anche noi a ricordarci nomi, date, testimonianze e coincidenze e, quando compare un nuovo sospettato, ci ritroviamo inconsciamente a confrontarlo con tutto quello che abbiamo scoperto fino a quel momento, probabilmente questo è uno dei maggiori pregi di Zodiac: non guardiamo semplicemente qualcuno cercare Zodiac, iniziamo a cercarlo anche noi.

La cosa funziona ancora meglio perché il film non cerca continuamente il colpo di scena. Non c’è bisogno di vedere l’assassino comparire improvvisamente dietro una porta o di riempire il film di jumpscare. A volte bastano una conversazione, una grafia che sembra familiare, un orologio o dei passi provenienti dal piano superiore di una casa per farci pensare: “Aspetta un attimo… e se fosse lui?”

L’ossessione di Graysmith diventa anche la nostra

Ma Zodiac non racconta soltanto la ricerca di un assassino. Racconta anche quello che quella ricerca può fare a una persona. All’inizio Robert Graysmith sembra quasi il personaggio meno adatto a trovarsi in mezzo a questa storia. È un fumettista, ha una famiglia, dei figli e non è nemmeno direttamente coinvolto nelle indagini. Eppure è proprio lui quello che, poco alla volta, non riesce più a lasciar andare il caso.

Più scopre e più vuole sapere, più trova una risposta e più nasce un’altra domanda.

Fino al punto in cui, guardandolo, viene quasi spontaneo pensare: “Questo sta diventando matto”.

E contemporaneamente è difficile non pensare anche alla moglie e ai figli. Mentre Graysmith riempie la casa di documenti, passa le notti a cercare collegamenti e continua a inseguire una persona che potrebbe essere un assassino, la sua famiglia assiste impotente a un’ossessione che sta prendendo lentamente il controllo della sua vita. Emblematica è la scena in cui finisce per coinvolgere persino i figli ancora piccoli nelle sue ricerche, così come quelle telefonate anonime ricevute nel cuore della notte, che fanno capire quanto ormai il caso Zodiac sia entrato non soltanto nella sua testa, ma anche dentro casa sua.

Ed è qui che Jake Gyllenhaal funziona particolarmente bene. Non trasforma Graysmith improvvisamente in un detective infallibile o nel classico protagonista coraggioso che deve risolvere il caso a tutti i costi. Rimane un uomo normale che non riesce più a smettere di cercare una risposta.

La cosa assurda è che Fincher riesce a trascinare anche noi nella stessa situazione.

Quando Graysmith mette insieme un nuovo pezzo non pensiamo più soltanto “interessante”. Iniziamo a pensare “allora potrebbe essere davvero lui”. Quando una prova non coincide ci chiediamo perché. Quando arriva Arthur Leigh Allen iniziamo a osservare ogni sua parola e ogni suo movimento.

E quando il film finisce senza poterci dire definitivamente chi fosse Zodiac, rimane quasi una sensazione di incompletezza. Non perché al film manchi un finale. Ma perché alla storia vera manca ancora oggi un finale.

Fincher crea tensione senza trasformare Zodiac in un horror

Una delle cose che più abbiamo apprezzato è proprio il modo in cui David Fincher costruisce la tensione. Zodiac parla di un serial killer, mostra alcuni dei suoi omicidi ed entra in momenti estremamente inquietanti, ma non ha bisogno di trasformarsi continuamente in un film dell’orrore. La famosa scena dello scantinato ne è probabilmente l’esempio migliore. Non succede praticamente nulla.

Graysmith entra in una casa, parla con un uomo, scende in uno scantinato e sente dei rumori. Eppure vorremmo urlargli attraverso lo schermo: “Esci da quella casa”, è una tensione costruita sull’incertezza, la stessa che accompagna praticamente tutto il film. Non sappiamo chi sia Zodiac e, di conseguenza, per qualche minuto chiunque potrebbe essere Zodiac. ed è molto più inquietante di mostrarci semplicemente un assassino con un coltello in mano.

Un cast in cui è difficile trovare qualcuno fuori posto

Jake Gyllenhaal è probabilmente il personaggio con cui finiamo maggiormente per immedesimarci, ma sarebbe ingiusto ridurre Zodiac soltanto alla sua interpretazione.

Robert Downey Jr. rende Paul Avery uno dei personaggi più carismatici del film, inizialmente quasi l’opposto di Graysmith, mentre Mark Ruffalo riesce a dare a Dave Toschi quella frustrazione tipica di chi sembra continuamente arrivare vicino alla risposta senza avere mai abbastanza elementi per dimostrarla.

E poi c’è John Carroll Lynch nei panni di Arthur Leigh Allen, probabilmente uno dei casting più riusciti del film proprio perché non ha bisogno di fare praticamente nulla per metterci a disagio. Dopo tutto quello che abbiamo scoperto su Allen, basta vederlo parlare tranquillamente con gli investigatori o incrociare lo sguardo di Graysmith perché iniziamo automaticamente a cercare qualcosa di sospetto nel suo comportamento.

Ancora una volta, però, Zodiac gioca con noi.

Perché a quel punto non sappiamo più se Allen ci sembra inquietante per quello che sta facendo oppure perché il film ci ha ormai convinti a guardarlo come se fosse Zodiac.

Quasi tre ore che, sorprendentemente, non abbiamo sentito

Ed eccoci alla durata.

Zodiac dura circa due ore e quaranta minuti e non possiamo fingere che sia un film breve. Inoltre non mantiene continuamente un ritmo frenetico: parla molto, ricostruisce indagini, cambia anno, segue piste che a volte non portano da nessuna parte e dedica parecchio tempo ai suoi personaggi.

Eppure, almeno per noi, non è stato un problema, anzi, proprio quella durata permette al film di ottenere una cosa fondamentale: farci percepire quanto questa indagine sia stata lunga, confusa e logorante. Passano gli anni, cambiano le persone coinvolte, alcune piste vengono dimenticate e altre improvvisamente ritornano.

Quando arriviamo agli ultimi minuti sono trascorsi più di vent’anni dall’inizio della storia, e in qualche modo sembra che anche noi abbiamo passato tutto quel tempo a cercare Zodiac.

Ma allora Zodiac non ha difetti?

Qui arriva la parte difficile, perché durante la visione non abbiamo trovato grandi elementi che ci abbiano realmente fatto dire “questo non funziona”.

La durata potrebbe sicuramente rappresentare un ostacolo per chi cerca un thriller veloce, pieno di azione e continui colpi di scena. Zodiac richiede attenzione, soprattutto quando iniziano ad accumularsi nomi, giurisdizioni, sospettati, date e testimonianze. Ma sarebbe difficile considerarlo un vero difetto quando proprio questa struttura è parte di ciò che rende il film così coinvolgente.

C’è però un elemento sul quale qualche dubbio rimane.

Come abbiamo visto parlando della storia vera, il film ci porta fortemente verso Arthur Leigh Allen, non dice mai esplicitamente che fosse Zodiac, ma dopo quasi tre ore di coincidenze, sospetti e indizi è difficile arrivare ai titoli di coda senza pensarlo.

Il problema è che la realtà non ci permette di avere la stessa sicurezza.

E considerando quanto il film sia legato alla ricostruzione di Robert Graysmith, che riteneva Allen il colpevole, in alcuni momenti rischiamo di dimenticare la differenza tra una teoria estremamente affascinante e una colpevolezza realmente dimostrata, è probabilmente il vero limite che gli possiamo attribuire.

Ma, paradossalmente, è anche uno dei motivi per cui Zodiac funziona così bene. Perché quando il film finisce continuiamo a pensarci. Continuiamo a cercare. E magari, proprio come abbiamo fatto noi, finiamo per aprire Google e digitare: “Chi era veramente Zodiac?”

Ed è difficile chiedere molto di più a un film del genere.

Conclusioni

Un thriller investigativo capace di trasformare quasi tre ore di indagini in una ricerca che finisce per coinvolgere anche lo spettatore. Fincher racconta Zodiac senza bisogno di esagerare con violenza e colpi di scena, trascinandoci lentamente nella stessa ossessione di Robert Graysmith. Peccato soltanto che il film finisca per indirizzarci forse troppo verso Arthur Leigh Allen, nonostante la realtà non abbia mai fornito una risposta definitiva.

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La nostra recensione

Ottimo

Zodiac di David Fincher ricostruisce uno dei casi irrisolti più inquietanti d’America trasformandolo in un’indagine ossessiva e coinvolgente. Tra lettere, codici, sospetti e piste mai davvero chiuse, il…

Netflix

HeartVerse.it
8
Lettori (1)
9

PRO

  • Tensione costruita magistralmente
  • Ti fa sentire parte dell'indagine
  • Jake Gyllenhaal e il resto del cast convincono
  • Ricostruzione della storia vera estremamente curata
  • Quasi tre ore che scorrono senza pesare
  • L'ossessione di Graysmith è raccontata benissimo

CONTRO

  • Spinge forse troppo verso Arthur Leigh Allen
  • Può risultare lento per chi cerca un thriller più movimentato
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